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LORENZO "JOVANOTTI" CHERUBINI
Il nuovo sito di Lorenzo Jovanotti, WWW.SOLELUNA.COM, è straordinario. Non appena l’ho visitato mi è venuta in mente un’immagine di una novella di Giovanni Verga, “La Roba”. In questa novella viene descritto un personaggio che non ha nulla a che vedere con Lorenzo, tuttavia l’espressione che mi ha colpito recita così: “…pareva fosse disteso tutto grande per quanto era grande la terra, e che gli si camminasse sulla pancia…”. Ecco, l’impressione nel visitare soleluna è quella di trovarci Lorenzo disteso, e sembra quasi di “camminarci” sopra, perché soleluna è l’espressione più totale della sua personalità, del suo pensiero, della sua quotidianità, tanto da rendere inutile ogni intervista. Lorenzo è tutto in soleluna e per conoscerlo basta cliccarlo…
Lorenzo, com’è stato il tuo ultimo viaggio in bicicletta in Pakistan e Cina?
Il viaggio è stato bellissimo e durissimo però non l’ho ancora metabolizzato, nel senso che è stato davvero un viaggio in un altro mondo, in un’altra realtà, un viaggio molto duro, in un luogo molto duro con una cultura molto diversa dalla nostra e di conseguenza un viaggio che mi ha messo addosso più confusione che altro. Cioè mi ha generato stati d’animo confusionari. Il viaggio in bicicletta che ho fatto in Patagonia era stata veramente una specie di storia d’amore con la natura, ero tornato caricato. Da questo viaggio sono tornato un po’ preoccupato e frastornato perché veramente ho avuto la coscienza di quanto è complicato il mondo, di quanto poco sappiamo del mondo e quel poco di ciò che sappiamo è sbagliato. Mi sono accorto di quanto i confini geografici sono degli arbìtri che non hanno tanto senso e tutto questo ha creato in me una voglia di approfondire la mia conoscenza di quella parte del mondo che è l’Asia centrale, che è davvero sconosciuta. E’ un luogo che ha generato grandissime culture, ci passava la via della seta, una delle strade di comunicazione più importanti dell’antichità. Fisicamente è stato un viaggio duro perché sono arrivato fino a 5000 metri in bicicletta, ma mentalmente è stato ancora più duro. Poi il fatto che fossimo in due ha complicato le cose perché avvertivo una certa responsabilità. Per me è difficile parlare di questa esperienza e in questo momento sto scrivendo perché è l’unico modo per mettere un po’ d’ordine dentro di me.
Come fai a passare dalla solitudine di un paese remoto alla tecnologia avanzatissima di Internet?
Intanto comunque in un certo senso la tecnologia ti fa sentire solo, non c’è luogo più solitario del monitor di un computer. Io non sono una persona che cerca la solitudine. Per me la solitudine è la compensazione di una vita immersa nella compagnia, nei rapporti sociali, nel contrario della solitudine. La solitudine è il serbatoio in cui ricarico le pile, cioè mi è necessaria per essere pronto per affrontare il suo opposto, per cui le due cose fanno parte di me, è un equilibrio che io cerco, io ho bisogno di momenti di grande solitudine per affrontare momenti in cui incontro la gente.
Non ti spaventa qualche volta internet? Il progresso sta avanzando in un modo incredibile.Hai una figlia molto piccola che magari tra qualche anno sarà molto più progredita di te. Non hai paura di rimanere escluso da questo progresso come sta avvenendo ora alle generazioni più anziane?
Io non ho paura di questo. Non credo che essere esclusi dipenda da quanta conoscenza tecnica hai rispetto a un mezzo. Si è esclusi nel momento in cui si decide di non partecipare più all’esistenza; ma l’esistenza è fatta di profumi, di fiori, di rapporti umani, di natura, di città, di cose cioè che c’erano molto prima di internet e ci saranno sempre. Internet in realtà è un mezzo tecnologico, è l’evoluzione della tecnica della comunicazione, ma le persone si sentono escluse nel momento in cui sono sole, non credo che questo dipenda dalla tecnologia. L’anima non ha a che fare con la tecnologia. Mi affascina la tecnologia perché mi affascinano gli strumenti, così come mi affascinano gli strumenti musicali: sono mezzi che mi permettono di esprimere me stesso. A me piace internet per quello che io posso farci ma anche per quello che mi dà. Internet è una realtà non controllabile, io ci trovo cose eccezionali, è un mondo interessante che ha a che fare con la mia curiosità. Ma la mia curiosità se non ci fosse Internet si dirigerebbe semplicemente verso altre cose. Per questo non ho paura della tecnologia.
Hai scritto un brano per Eros Ramazzotti. Come nascono le tue collaborazioni?
Mi imbarazzo sempre quando qualcuno mi chiede un pezzo perché io non andrei mai in giro ad offrirmi come autore di testi. A volte è capitato. Per esempio nel caso di Irene Grandi, mi piaceva il suo modo di cantare e vedevo in lei un modo di esprimersi simile al mio così le ho proposto un brano (T.V.B.). Nel caso di Eros invece me lo ha chiesto lui ed io non avrei mai pensato nella mia vita di scrivere un testo per Eros Ramazzotti. Per me Eros è un grandissimo cantante anche se non seguo la sua musica. Io lo ammiro per quello che è riuscito a fare e quando mi ha chiesto un testo per me è stato un onore. Così anche per i Reggae National Tickets per i quali ho scritto il testo de “Il Mondo”, mi hanno chiesto una collaborazione ed io ho accettato.
“AUTOBIOGRAFIA DI UNA FESTA” chiude un’epoca o ne apre un’altra?
Secondo me chiude un’epoca della mia vita. Ho lasciato Forlì dove ho lavorato per dieci anni, ora sto in Toscana con la mia famiglia. Ho una bambina e voglio passare più tempo possibile con lei in questi anni e quindi devo rinunciare a delle cose.
Volevo chiudere questi dieci anni con questo disco perché è stata una grande festa ed è una festa che si conclude con un po’ di amarezza ma con una grande gioia, nel senso che non vedo l’ora di ricominciare un’altra festa. In questo momento però non so che cosa farò. Voglio chiudermi ed aprirmi nello stesso tempo. E’ cambiato il mio punto di vista nel mondo: ho una bambina e una famiglia e questo ti cambia la vita. Voglio passare molto tempo con mia figlia, stimolare la sua curiosità, fare sì che cresca in un mondo che le interessi e che le possa dare tanto e che lei possa dare tanto a questo mondo. Questo è il mio grande progetto, prima di qualsiasi altro progetto musicale o discografico.
PAOLA TURCI
Il
suo ultimo album “Mi basta il paradiso”
è stato un successo grazie anche ai singoli “Questione di sguardi” e
“Sabbia bagnata” scritta con Carmen Consoli. Paola Turci ha già una lunga
esperienza musicale alle spalle ma oggi pare davvero rigenerata da un nuovo
entusiasmo. L’ho incontrata prima del concerto tenuto al “Fuori Orario”
vicino a Reggio Emilia lo scorso 11 novembre e nel pur breve tempo
dell’intervista è stata in grado di trasmettere tutta la sua serenità e
positività. Credo che valga la pena conoscere Paola Turci da vicino perché
oltre ad essere un’artista di qualità, è una persona profonda, con cui vale
la pena conversare.
(sito ufficiale www.paolaturci.net)
Qual è il tuo rapporto con Internet?
Internet ha indubbiamente molti aspetti positivi ma d’altro canto sta colpendo abbastanza duramente il mercato discografico. Cosa ne pensi?
In
questo momento sembra un po’ una provocazione. Io sono a favore della musica
in internet però dovrebbe essere regolamentata. La musica è arte e l’arte
deve essere sicuramente di tutti però d’altra parte ci sono persone che con
l’arte ci vivono. Non è solo un hobby o una passione. Serve rispetto e sono
sicura che verrà regolamentata al più presto, già adesso Napster è stato
acquistato da una multinazionale: è solo un piccolo passo ma è già qualcosa
ed io sono molto ottimista. Comunque non imputo la crisi del mercato
discografico ad internet. Più che altro hanno fatto più male il cd recorder e
la pirateria. Questo è un problema che non è stato assolutamente risolto. In
Napster non si può parlare di pirateria perché è tutto gratis. Si parla di
pirateria quando tu vai a comprare un cd che altri ti hanno copiato. Questo è
molto triste.
Ho letto diverse interviste che hai fatto a proposito del tuo ultimo cd “Mi basta il paradiso”. Dici che è un cd all’insegna della serenità ma ascoltando i brani ho notato che molti testi parlano di assenza …
…O
di insofferenza…Per quanto riguarda il titolo c’è una attinenza con le
canzoni del disco relativa. Mi piaceva questo titolo per il disco perché in
quel momento ero molto positiva. Avevo scoperto il piacere nel fare le piccole
cose, il piacere di gustarmi le piccole cose e questa trovo che sia una scoperta
enorme. Svegliarsi la mattina e rendersi conto di essere di buon umore e non
considerarlo un fatto normale ma dare importanza ad ogni singolo giorno. Questa
consapevolezza mi ha fatto credere a tracce di paradiso su questa terra.
Musicalmente parlando il 2000 è stato un anno al femminile: tu, Carmen Consoli e Irene Grandi avete riscosso un grande successo. A mio parere sei stata quella che già a partire dalla fine degli anni ottanta ha anticipato questo genere femminile a metà tra melodia e rock.
Io sono una fan di questa evoluzione! Quando sono arrivata io alla fine degli anni ottanta, ho trovato uno spazio libero tra il rock e la melodia. C’erano altre cantanti che suonavano la chitarra ma non in un modo “americano”, tipo Patty Smith, Jonie Mitchell, Ricki Lee Jones. Io l'ho fatto con grande spontaneità. Ascoltavo questo genere di musica, mi piacevano le donne con grande carattere, con grande profondità vocale interpretativa, con drammaticità e dolcezza allo stesso tempo e quindi mi sono dichiarata per quello che ero. Soltanto di recente con la scoperta di un’artista vera come Carmen, ho scoperto che questo è maturato. Carmen per me è un’artista che è sempre mancata all’appello, è una rocker che sa essere dolce e soprattutto scrive le sue canzoni e questo per me è un segnale fortissimo per capire veramente una persona. Anch’io in questo periodo sto scrivendo perché ho capito che è una delle cose più importanti anche se sono molto contenta di avere fatto quello che ho fatto e sto facendo. Ho avuto la fortuna di non avere mai avuto nessun obbligo, nessuna limitazione, ho sempre fatto quello che mi è piaciuto. Oggi ho voglia di rischiare e giocarmi tutto. Sento che sta per arrivare la conferma di un mio maggiore equilibrio.
Si
tratta della loro terza produzione dopo “Ridillo” (1996) e “Ridillove”
(1998). In quasi dieci anni di musica i vulcanici Ridillo hanno tagliato
traguardi importanti, dai primi successi al “Trofeo Roxy Bar” (1994) al
“Disco per l’Estate” (1996), dal grande successo radiofonico dei singoli
(“Festa in 2”, “Mondonuovo”, “Figli di una buona stella”, “Mangio
Amore”, per citarne alcuni) alla turnèe come gruppo supporter degli Earth
Wind & Fire. Con questo nuovo disco i Ridillo si rimettono in gioco perché
“se il primo album è quello di tutta
una vita e il secondo rifinisce e sviluppa la maturità del primo, il terzo
album deve discutersi un po’, riproporre il distinctive sound ma incrociarlo
con uno spunto nuovo, ancora più vero” . Ed è con lo spirito vero e
genuino di Folk’n’Funk che i Ridillo si ripropongono al pubblico. Daniele
Benati, cantante della band, ci racconta com’è nata questa nuova produzione.
Folk’nFunk
è un album ricco di suoni e colori. Folk’n’Funk è anche il titolo di una
canzone dell’album e ne è un po’ il manifesto. Il testo recita “quando da
piccolo ero in macchina coi miei sentivo un misto tra la disco e Casadei”. Il
fatto è che la mia generazione è cresciuta ascoltando sonorità diverse, dal
Liscio alla disco anni ’70.
Per questa ragione nel disco si possono trovare la lirica del Soul e la poesia
di Zavattini, oppure Casadei e gli Earth Wind & Fire.
Il
sottotitolo non a caso è “Un passo indietro e due in avanti”, testimonia
cioè la volontà di riscoprire le nostre radici musicali senza per questo
abbandonare il Funky. Folk’n’Funk è un frullato di sonorità diverse, una
sintesi tra passato e futuro. Al
disco hanno collaborato anche Francesco Gualerzi (sax e clarinetto), Athos
Bassissi (fisarmonica) e Daniela Galli (cori). Per i concerti abbiamo intenzione
di creare una formazione “aperta”, Ridillo and the Folk’n’Funk Big Band,
e quindi l’idea sarebbe quella di coinvolgere, quando possibile, musicisti diversi.
Cosa
è cambiato rispetto alle produzioni precedenti?
Innanzitutto
c’è un cambio di casa discografica, siamo infatti passati alla Ricordi. Dal
punto di vista musicale si trova dentro un po’ di tutto:
musica funky, canzoni lente, ballate
soul. La cosa fondamentale però è che fino ad ora la gente non sapeva esattamente da dove venivano i Ridillo,
con questo album lo diciamo, rivendichiamo le nostre radici. Ci sono pezzi come
“Sogno naiv” ispirato ad alcuni quadri di Ligabue, “Zanzara party” nata
da una frase di Cesare Zavattini (“le coppie verso sera vanno a fare l’amore
sotto i salici alternando i baci a agli schiaffetti che si danno sulla faccia
per ammazzare le zanzare”).
Folk’n’Funk
è ricco di riferimenti alle vostre radici…
Sì,
per esempio il servizio fotografico in bianco e nero è stato fatto la scorsa
estate tra Guastalla e Viadana, mentre la foto di copertina è stata scattata
nei Boschi a Novellara.
Anche
i brani sono ricchi di riferimenti. Per esempio “Camminando tra i colori” è
dedicato a mio padre e parla della terra degli arcobaleni che poi è la nostra
terra; d’estate infatti i getti
d’acqua nelle campagne grazie ai giochi di rifrazione creano l’impressione
di tanti arcobaleni . E’ un modo di far capire con la musica che la vita di
provincia ha dei valori importanti. In un certo senso abbiamo avuto qualche
difficoltà a far capire alle case discografiche “di città” il messaggio
di questo disco, mentre il pubblico in realtà ha sempre dimostrato di
cogliere le nostre canzoni.
Qual
è il primo singolo tratto da Folk’n’Funk?
Il
primo singolo è “Rinascerò” ed è probabilmente il brano più folk’n’funk
come suono, è molto tranquillo e racconta una storia d’amore un po’
assurda. L’idea da cui siamo partiti per questo pezzo è una frase di Woodie
Allen “Se rinasco voglio essere il collant di Ursula Andress”. Perciò ho
immaginato per ipotesi che il protagonista della canzone potesse rinascere sotto
altre forme, per esempio come animale o cosa; il senso è lo stesso di una frase
tratta da uno spettacolo di Giorgio
Gaber “Vorrei essere tutto quello che tocchi”.
Il
video di “Rinascerò” è volutamente ispirato
a “Yellow Submarine” dei Beatles. Mi piacciono molto questi mix strani che
offre la musica, come Beck o i Blur che spaziano dalle ballate semplici ai pezzi
più duri. Anche qui si trova questa alternanza. Ci sono brani un po’ fuori
come “Autolavaggio del cervello” che parla della possibilità di lavare e
liberare il cervello da tutte le
idee che ci hanno messo dentro la
televisione, la scuola ecc. E’ un po’ come lavarsi i capelli dal di dentro!
Nell’arco
di questi dieci anni vi siete fatti conoscere a livello nazionale. Qual è stato
il momento “di svolta” nella
vostra carriera?
Ci
siamo resi conto che era cambiato qualcosa quando nel 1996 è uscito il primo
disco “Ridillo”. A me per esempio ogni tanto in concerto capitava di
dimenticare i testi e quando ho
realizzato che la gente davanti a me cantava tutte le canzoni ,ho capito che non
potevo più sbagliare e mi sono detto “qua bisogna fare sul serio!”. I
dischi sono fondamentali per farsi conoscere dal pubblico.
Credo
che anche Internet sia una grande opportunità in questo senso perché è un
mezzo importantissimo per garantire il contatto diretto con la gente. Da circa
sei mesi abbiamo un nostro sito
WWW.RIDILLO.IT
, ci arrivano e-mail dall’estero, addirittura da una fan giapponese!
Con questo terzo disco indubbiamente c’è la speranza di mostrare al pubblico l’aspetto meno conosciuto dei Ridillo. I singoli che hanno fatto più successo sono stati quelli funky da party. I nostri dischi propongono anche aspetti diversi, ma spesso le radio fanno fatica a capire i pezzi più lenti.
Hai
ricevuto il Tributo Augusto Daolio. Hai dei ricordi che ti legano ad Augusto
Daolio?
Eccome se ne ho! Non sono tanti ma molto forti. Il primo è quello del viaggio
che si fece a Sarayevo dell’ottobre del 1991, quando stava per esplodere la
grande carneficina. Il pretesto era quello di una marcia per la pace e io per la
prima volta ho incontrato Augusto e Beppe e abbiamo suonato insieme una canzone,
“Tequila”. A un certo punto ricordo che dal palco lanciai un messaggio di
pace: “Ragazzi spogliamoci tutti nudi per la pace”. Venne fuori un gran
macello Così Augusto disse: “Ragazzi ma qui siete tutti matti, io vado
via!”, e scese dal palco!
Il
tuo ultimo disco si intitola “Né buoni né cattivi”. Ti senti più buono,
più cattivo?
Dipende dai momenti. “Né buoni né cattivi” è un modo per dire che bisogna soprattutto essere se stessi. Questa è una grande scommessa, soprattutto al giorno d’oggi dove tutto viene appiattito e finalizzato a un gusto estetico uguale in tutte le parti del mondo.
Ci sarà un
seguito a “Il mio nome è mai più”?
Il
progetto per Emergency ha segnato un inizio. Credo sia
giusto che ognuno porti avanti il suo impegno nella forma che ritiene più
opportuna al suo stile di vita. L’impegno umanitario va coltivato giorno dopo
giorno anche se ci sono stati momenti eclatanti come il mio nome è mai più.
Quali
sono i tuoi progetti futuri?
Ci
sono molte idee ma bisogna vedere quella più giusta, concreta e convincente.
Sto montando il video di Bomba Bum. Il disco mi sta dando tante soddisfazioni.
NOMADI
Il vostro ultimo cd “Liberi di volare” è balzato al quarto posto delle classifiche di vendita dietro a nomi come U2, Lenny Kravitz. Cosa pensate di questo successo?
Credo
che sia la conferma del fatto che abbiamo un pubblico affezionatissimo che,
oltre a seguirci in concerto acquista puntualmente i nostri cd. E’ stata una
grande soddisfazione se consideriamo il fatto che noi non andiamo molto in
televisione né tantomeno sulle copertine dei giornali. E’ strano ritrovarci
in classifica tra artisti che hanno investito un sacco di soldi in promozione e
pubblicità mentre noi usciamo quasi sempre in sordina. Ci siamo accorti che le
novità relative ai Nomadi, nuovi cd, apparizioni televisive ecc, si diffondono
come un tam tam tra i nostri fans, per cui è molto più preziosa la loro voce
di un passaggio in televisione.
Come
definireste “Liberi di volare”?
Noi
crediamo molto in questo lavoro. Apparentemente è un disco meno impegnato degli
altri ma non per questo può essere definito più leggero. Ci sono dieci brani
molto positivi, alcune canzoni sono d’amore altre sono un inno alla vita.
Alcuni critici hanno scritto che i Nomadi sono cambiati ma in realtà noi siamo
sempre gli stessi. Anche in passato abbiamo realizzato dischi più dolci e
melodiosi come “Un giorno insieme”, questo non significa rinunciare
all’impegno o gettare la spugna, significa soltanto che non si può stare
sempre a combattere in prima linea contro le ingiustizie sociali. Ogni tanto è
giusto abbandonarsi alla vita ed apprezzare quello che ci può offrire,
lasciarsi sedurre dalle emozioni che ci dà,
così anche noi per un istante ci siamo presi la “Libertà di
volare”. C’è poi da dire che il nostro impegno nel sociale non dipende dai
contenuti di una canzone. Noi continuiamo ad appoggiare il lavoro di numerose
associazioni umanitarie, continuiamo a diffondere il nostro messaggio positivo e
in questo senso continuiamo ad essere in prima linea per la difesa dei diritti
umani.
I Nomadi
hanno cambiato più volte formazione nel corso di questi ultimi anni.
Come sono i Nomadi del 2000?
La formazione attuale è probabilmente le più affiatata degli ultimi otto anni sia dal punto di vista musicale che umano. Per la prima volta tutti i componenti del gruppo hanno lavorato attivamente alla realizzazione del cd. Ognuno di noi ha dato il proprio apporto ed è il caso di dire che “Liberi di volare” ha sei produttori. I Nomadi del 2000 sono un gruppo di musicisti estremamente motivati. Ogni anno abbiamo circa 150 concerti e ogni concerto è una festa: non sappiamo se ci divertiamo più noi o il pubblico presente! E’ certo che per fare parte dei Nomadi non basta sapere suonare ma è necessario avere un’umanità e una carica eccezionali perché noi non ci risparmiamo mai. Inoltre non si è Nomadi soltanto sopra il palco ma nella vita di tutti i giorni. L’essere nomade è quasi una filosofia di vita basata su valori come l'amicizia e la libertà. Questo è anche il motivo per cui il gruppo ha continuato anche dopo la morte di Augusto Daolio. Noi pensiamo che l’avere continuato a suonare sia stato un modo per mantenere vivo lo spirito di Augusto e il suo essere nomade. Augusto era una persona che amava profondamente la vita e pensiamo che proprio in virtù di questo fatto sarebbe stato sbagliato terminare la storia dei Nomadi. E’ come se con la nostra musica continuassimo a mantenere vivo il nostro messaggio e con lui lo spirito di chi non c’è più.
Cosa
ne pensate di Sanremo?
Sanremo è una vetrina importantissima. Ci siamo stati 30 anni fa con un brano che fu eliminato quasi subito ma che oggi è tra i successi più apprezzati dal nostro pubblico: “Non dimenticarti di me”. Se avessimo una canzone giusta parteciperemmo volentieri al festival perché crediamo che negli ultimi anni sia diventata una manifestazione di qualità, con una grande orchestra che permette di dare il meglio. Notoriamente noi diamo parecchia importanza alla musica live e crediamo che un gruppo come il nostro potrebbe essere molto valorizzato sul palco di Sanremo.
Che
messaggio vorreste lanciare ai vostri fans?
I nostri fans ci conoscono molto bene e abbiamo la possibilità di comunicare con loro ad ogni concerto. Meriterebbero sicuramente un premio per il loro affetto e per la loro fedeltà. Molti di loro si impegnano in prima persona per cause umanitarie e questo è un fatto straordinario. Abbiamo circa 150 fans club sparsi in tutta Italia e ognuno di loro fa del suo meglio per sostenere associazioni, raccogliere fondi e diffondere il nomadismo. Non li ringrazieremo mai abbastanza per tutto questo. La cosa meravigliosa è che il popolo nomade è in continuo aumento: oggi ci sono ragazzi giovanissimi che ci seguono ed è come se i Nomadi fossero un patrimonio da tramandare di padre in figlio! Chi viene a un concerto per la prima volta spesso rimane rapito dall’atmosfera di amicizia che solo il popolo nomade sa creare.